QR code: l’etichetta virtuale che espande le informazioni oltre lo spazio fisico delle confezioni

Espande virtualmente all’infinito l’etichetta e aumenta la trasparenza dell’azienda, ma è utile solo se le aziende lo utilizzano bene. Stiamo parlando del QR code (Quick Response code: codice di risposta rapida) che si può trovare sulle confezioni dei prodotti alimentari. Si tratta di quel simbolo quadrato bidimensionale che si legge con lo smartphone ed esiste da tempo, ma solo recentemente è diventato di uso comune, perché ha consentito, tra le altre cose, di verificare la validità dei green pass. La possibilità di inserire questo codice sui pacchi degli alimenti è stata introdotta da oltre una decina d’anni. All’inizio, però, era una scelta di pochi pionieri e in pochissimi tra i consumatori ne conoscevano il significato. Che evoluzione ha avuto il suo impiego sui pack? Quali sono le sue potenzialità?

La questione principale è se sia davvero utile e interessante per le persone a cui si rivolge. Effettivamente, se lo si intende come strumento per scegliere quale prodotto comprare mentre ci si trova in negozio, bisogna considerare che difficilmente qualcuno si impegna nella lettura di dati lunghi e complessi o nel guardare un video mentre sta facendo la spesa al supermercato. In questo caso, quindi, sono utili quei codici che offrono solo qualche indicazione puntuale per spiegare bene un’etichetta o per aggiungere un’informazione importante che non trova fisicamente posto sulla confezione. Diverso è invece il contenuto che le aziende possono proporre se lo usano come supporto di approfondimento, da consultare a casa, per conoscere meglio la storia e le caratteristiche o le modalità d’uso di un prodotto già acquistato.

Il QR code previsto dalla Politica comunitaria per gli alcolici indirizzerà a un’etichetta completa con l’elenco degli ingredienti e la tabella nutrizionale

Gli alimenti che riportano un QR code sulla confezione già da tempo non mancano, tra questi c’è per esempio Gran Moravia, un formaggio duro da grattugiare simile al Grana Padano prodotto in repubblica Ceca. In questo caso il codice, definito dall’azienda come “etichetta multimediale d’origine”, è focalizzato sui luoghi e le modalità di una produzione caratterizzata da un approccio sostenibile e orientata al risparmio delle risorse. Un altro esempio è rappresentato dalla pasta Del Verde, che ha inserito questa tecnologia nel suo progetto di rilancio già nel 2010. L’uso di questo sistema si è rivelato poi particolarmente significativo nel settore degli alcolici. Alcuni vini, come quelli di Barone Ricasoli e Cantina Carpineto, sono stati tra i pionieri dell’impiego del QR code e, a partire dal prossimo gennaio, quello di vini & C. sarà il primo mercato nel quale è la stessa Politica agricola comune dell’Europa ad aver dato l’indicazione di fornire ai consumatori le informazioni attraverso un QR code. Quest’ultimo indirizzerà a un’etichetta elettronica completa con l’elenco degli ingredienti e la tabella nutrizionale.

Un impiego particolare nel quale sono state sfruttate le potenzialità di questo strumento è quello dell’etichetta narrante per le persone cieche o ipovedenti. Una sorta di audio-etichetta sviluppata nel 2020 in collaborazione con l’Unione italiana ciechi ed ipovedenti di Cosenza e la start up Sisspre, applicata sperimentalmente dall’azienda agricola Oli Tucci e arricchitasi in un secondo momento di contenuti anche per normovedenti con video, testi e foto sulle tematiche della tracciabilità, dell’origine, dei metodi di coltivazione e di produzione. Un’altra etichetta narrante per ciechi e ipovedenti è in fase di implementazione da parte di Kellogg’s, non si basa però sulla lettura del QR code, ma utilizza un sistema ancora più semplice da inquadrare con lo smartphone. Tornando al codice QR, un ulteriore uso di questa tecnologia è quello di garantire una filiera tracciata tramite Blockchain. Tale impiego, applicato dal 2019 sulle confezioni delle Mozzarelle di bufala campana Dop dell’azienda Spinosa, consente a chi compra un prodotto di verificare, per ogni specifico lotto, tutti i passaggi della catena produttiva, dalla stalla in cui è stato munto il latte fino al luogo e al momento del confezionamento, passando, naturalmente, per la fase di caseificazione vera e propria. Una verifica che, se ad alcuni potrebbe sembrare eccessivamente approfondita, può rivelarsi utile e particolarmente interessante per avere accurate informazioni e garanzie sull’origine e la sicurezza di ciò che si acquista.

Il progetto dei produttori di mele della Val Venosta consente di vedere il volto del contadino e di conoscere la storia e il luogo d’origine di ogni mela

Tra i prodotti dotati di questo corredo di informazioni extra ci sono anche le mele biologiche della Val Venosta, un’area dove la produzione bio rappresenta ormai circa il 20%. Si tratta in questo caso dello ‘spostamento’ sul QR code di una serie di contenuti già proposti fin dal 2015 su un sito web creato ad hoc dalla cooperativa (biography.vip.coop). Inizialmente, infatti, sulle confezioni era indicato il nome del contadino che aveva coltivato le mele acquistate e chi voleva approfondire poteva trascriverlo sulla pagina web e trovare tutte le informazioni relative al produttore e al prodotto che stava acquistando. Oggi i produttori aderenti sono diventati più numerosi, passando dagli originali 130 agli attuali 280 e dal 2020 si può accedere ai contenuti di BioGraphy non solo trascrivendo a mano il nome del produttore ma anche, più rapidamente, scansionando il codice QR sulle confezioni.

“Il nostro progetto consente di vedere il volto, conoscere la storia e i luoghi di chi ha coltivato ogni singola mela – spiega Benjamin Laimer, responsabile marketing di Vip, l’associazione delle cooperative ortofrutticole della Val Venosta –. Si tratta di contenuti dettati dalla volontà di trasparenza, ma anche emozionali e suggestivi che ci differenziano da quelli, più ‘tecnici’, proposti da altri. Fino a poco tempo fa, però, questo strumento non era utilizzato quanto merita da chi comprava le nostre mele, perché in molti non avevano sufficiente dimestichezza con la lettura del codice tramite smartphone. I fatti recenti, legati in particolare alla pandemia, hanno però reso tutti più esperti utilizzatori della tecnologia e le visualizzazioni delle storie dei nostri contadini sono aumentate molto”. L’associazione di cooperative, però, non si accontenta di fornire queste informazioni in più a chi va attivamente a cercarle e ha anche previsto, in alcuni punti vendita, un servizio di lettura del QR code assistita, o tramite totem interattivi o grazie al supporto di operatori dotati di tablet, per aiutare anche i clienti meno ‘esperti’, ma curiosi di conoscere meglio la storia e le caratteristiche dei prodotti che comprano.

 

Articolo di: “ilfattoalimentare.it”