spesa da incubo, perché i costi aumentano

Spesa da incubo? Ecco perché il cibo costa sempre di più (e cosa possiamo fare)

Entrare al supermercato oggi è un’esperienza molto diversa rispetto a pochi anni fa. Il carrello si riempie più lentamente, lo scontrino cresce più velocemente e quella sensazione di “ma possibile che costi tutto così tanto?” accompagna quasi ogni acquisto. Eppure, leggendo i dati ufficiali sull’inflazione, il quadro sembra meno drammatico: nel 2024 l’inflazione generale in Italia si è attestata intorno all’1%, mentre quella alimentare ha segnato un +2,2%. Numeri che, sulla carta, potrebbero sembrare contenuti. Ma allora perché la spesa pesa sempre di più sulle nostre tasche?

La risposta sta in un mix complesso di fattori economici, dinamiche di filiera, rincari strutturali e strategie commerciali poco evidenti, che insieme creano quella che molti definiscono “inflazione percepita”: una sensazione concreta, quotidiana, che spesso racconta più dei grafici.

L’inflazione alimentare reale: oltre le statistiche

Secondo i dati ISTAT diffusi a gennaio 2025, nel corso del 2024 i prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti in media del +2,2%, dopo il vero e proprio shock del 2023, quando gli aumenti avevano superato il +9%. In teoria, quindi, il peggio sembrerebbe alle spalle. In pratica, però, la situazione resta complessa.

Tra ottobre 2021 e ottobre 2025, i prezzi del cibo in Italia sono aumentati complessivamente del +24,9%, contro un’inflazione generale del +17,3%. Questo significa che il carrello della spesa ha corso molto più velocemente rispetto al resto dei beni di consumo. Un divario che ha attirato anche l’attenzione dell’Antitrust, che a inizio 2026 ha avviato un’indagine sui meccanismi di formazione dei prezzi nella grande distribuzione e sullo squilibrio tra i rincari sugli scaffali e le difficoltà economiche dei produttori agricoli.

In altre parole: noi paghiamo di più, ma chi produce spesso guadagna meno. Un paradosso che racconta bene quanto la filiera alimentare sia oggi sbilanciata, con pochi grandi attori a valle (supermercati e catene) e una miriade di piccoli produttori a monte, con scarso potere contrattuale.

Shrinkflation: il rincaro della spesa che non si vede

Se hai la sensazione che certi prodotti finiscano più in fretta di prima, probabilmente non è solo un’impressione. Negli ultimi anni si è diffusa sempre di più la shrinkflation, una strategia che consiste nel ridurre le quantità mantenendo invariato il prezzo (o aumentandolo leggermente).

Il pacco di pasta passa da 500 a 450 grammi, la tavoletta di cioccolato si assottiglia, il succo di frutta perde qualche centilitro. Il prezzo resta uguale, ma il costo al chilo sale. Secondo segnalazioni raccolte da associazioni dei consumatori, in Italia negli ultimi anni si sono registrati migliaia di casi di riduzione silenziosa delle quantità, soprattutto su prodotti di largo consumo: pasta, biscotti, snack, latticini, bevande e dolci confezionati.

È una forma di “inflazione nascosta”, difficile da percepire nell’immediato ma pesantissima nel lungo periodo, perché modifica il valore reale dei nostri acquisti senza che ce ne rendiamo conto.

Cosa incide davvero sui prezzi del cibo

Dietro l’aumento dei prezzi non c’è un’unica causa, ma una combinazione di fattori che si alimentano a vicenda.

Il primo è il costo dell’energia. Anche se nel 2024 i prezzi energetici hanno rallentato, il biennio precedente ha lasciato strascichi pesanti su tutta la filiera: produzione, trasformazione, conservazione, trasporto e distribuzione dipendono in larga misura dall’energia.

Poi c’è il nodo delle materie prime agricole. Eventi climatici estremi sempre più frequenti (siccità, alluvioni, gelate improvvise) stanno rendendo più instabili i raccolti, riducendo le rese e aumentando i costi per gli agricoltori.

A questo si aggiungono i costi logistici: carburante, trasporti, imballaggi, stoccaggio. Ogni passaggio, anche se aumenta di pochi centesimi, moltiplicato per milioni di prodotti, genera effetti importanti sui prezzi finali.

Infine, pesa la struttura stessa del mercato: la forte concentrazione della grande distribuzione consente alle grandi catene di imporre condizioni commerciali rigide ai fornitori, che spesso si trovano a comprimere i propri margini pur di restare sugli scaffali.

Perché la spesa “sembra” aumentare più dell’inflazione

C’è un altro elemento da considerare: il modo in cui facciamo la spesa. I prodotti alimentari sono acquisti frequenti, quotidiani, emotivamente più percepiti rispetto ad altre voci di spesa. Se il pane aumenta di 20 centesimi, ce ne accorgiamo subito. Se l’abbonamento a un servizio digitale cresce di due euro al mese, molto meno.

Inoltre, nel nostro carrello finiscono spesso prodotti che hanno registrato aumenti superiori alla media: latte, uova, olio, pasta, verdura fresca. Questo amplifica la percezione dell’inflazione reale, rendendola più pesante di quanto dicano i numeri generali.

Strategie concrete per spendere meglio (senza mangiare peggio)

La buona notizia è che qualcosa possiamo farla davvero. Non per annullare i rincari, certo, ma per gestirli in modo più intelligente.

1. Tornare a leggere le etichette
Il prezzo al chilo è il nostro miglior alleato. Spesso confezioni più piccole sembrano più convenienti, ma costano di più in proporzione. Confrontare i prezzi reali permette scelte più consapevoli.

2. Pianificare i pasti
Un minimo di organizzazione settimanale riduce gli sprechi, che in Italia rappresentano ancora una quota importante della spesa domestica. Comprare solo ciò che serve davvero è già un risparmio.

3. Scegliere la stagionalità
Frutta e verdura di stagione costano meno, sono più buone e più nutrienti. Un triplo vantaggio.

4. Rivalutare legumi, cereali e proteine vegetali
Sono economici, versatili, sostenibili e salutari. Integrare più spesso lenticchie, ceci, fagioli e cereali integrali permette di ridurre la spesa senza impoverire l’alimentazione.

5. Dare una chance ai prodotti “brutti ma buoni”
Molti supermercati e mercati locali propongono frutta e verdura fuori standard estetici a prezzi ridotti. La qualità è identica, il risparmio concreto.

6. Preferire filiere corte e mercati locali
Acquistare direttamente da produttori locali può ridurre i passaggi intermedi e garantire prezzi più equi, oltre a sostenere l’economia del territorio.

Un cambiamento culturale, oltre che economico

Forse la vera sfida non è solo spendere meno, ma spendere meglio. La crisi dei prezzi ci costringe a ripensare le nostre abitudini, riscoprendo una cucina più semplice, stagionale, attenta alle materie prime. Un ritorno al buon senso che, paradossalmente, può trasformarsi in un’opportunità.

Mangiare bene non significa riempire il carrello di prodotti costosi, ma fare scelte consapevoli, informate e sostenibili. E in questo, l’informazione gioca un ruolo chiave: capire cosa succede dietro le quinte della nostra spesa ci rende consumatori più forti, più liberi e perché no anche un po’ più sereni davanti allo scontrino.

 

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